S_CAROGNE

 

Chiunque scriva ha in mente una storia, dei fatti, dei personaggi ma soprattutto ha dentro di sé una voce. E il timore maggiore, quando si cerca di metterla per iscritto,` quello di tradirla, di

 

di perderla insieme a quel che siamo e che, una volta messa giù la prima parola, fatalmente non saremo più.

A volte basta una annusatina per ritrovarla: sul cuscino impiastricciato, tra le pagine di un libro o sui maglioni impolverati imprigionati nei cassetti, come non fosse ancora passato remoto ma solo breve assenza.

Altre volte quella voce, la stessa che sembrava capace di resistere ad ogni vento pur cigolando fin nelle ossa, diventa talmente lontana da non farci più distinguere ciò che ricordiamo da ciò che abbiamo solo immaginato.

La voce che mi ha condotta fin qua, e che non voglio smetta di accarezzarmi con forza nonostante faccia un po' male, ` stata quella di chi avrebbe voluto che tutto fosse tornato com'era prima e che invece si è trovata costretta a convivere con ciò che è stato. Se non temessi l'essere patetica direi che la nostra (la mia e della Creatura) è stata la voce della disperazione.

A volte il destino è solo un fastidio, una nostalgia, una piega rigirata lì, altre volte è un fulmine che divide in due un albero lasciandolo poi bruciare lentamente.

Ed in questo caso può succedere che alla propria sorte ci si affezioni così tanto da non poterne fare più a meno, come se il Demiurgo responsabile del nostro sfacelo fosse anche l'unico testimone di quel che un tempo siamo stati. Cosò la pervicacia con cui cerchiamo di ricongiungerci al nostro passato diventa, ineluttabilmente, anch'essa destino.

Forse se si racconta, in fondo, è perché si vorrebbe ritornare a dare voce.